Intervista a Laura Tronci, psicologa del lavoro, su burnout e dipendenza da lavoro nelle professioni sanitarie

Un’analisi che intreccia identità professionale, pressione alla performance e modelli organizzativi, evidenziando come la tutela della salute mentale rappresenti una scelta strategica per l’intero sistema sanitario

Nel settore sanitario, il confine tra dedizione e sovraccarico è sempre più sottile.

Workaholism e burnout non sono etichette teoriche, ma dinamiche concrete che incidono sulla salute psicologica dei professionisti e sulla qualità della relazione di cura. La pressione alla performance, la reperibilità continua, l’iperconnessione e le aspettative sociali possono trasformare l’impegno in logoramento progressivo.

Il burnout raramente esplode all’improvviso: è una lenta erosione dell’energia emotiva e del senso del proprio lavoro. Il workaholism, invece, può travestirsi da zelo e responsabilità, rendendo difficile distinguere la dedizione dalla dipendenza.

Ne parliamo con Laura Tronci, autrice dell’eBook ECM "Burnout e Dipendenza da Lavoro nelle Professioni Sanitarie". Laureata in Psicologia dei Processi Socio-lavorativi, ha lavorato nel Management delle Risorse Umane presso primarie società di consulenza e provider ECM. Nel tempo si è specializzata nell’area della formazione, collaborando con importanti agenzie formative nelle attività di analisi dei fabbisogni, progettazione, tutoraggio e docenza sui temi delle competenze trasversali e della valutazione dei rischi psicosociali.

In questa intervista approfondiamo i segnali precoci del burnout, il rapporto tra identità professionale e dipendenza dal lavoro, le responsabilità organizzative e le strategie di prevenzione. Un confronto autorevole su un tema che riguarda da vicino chi ogni giorno si prende cura degli altri.

Perché, come ci ha detto la dottoressa Tronci: "Un professionista logorato non può offrire un aiuto autentico".

"Prima di poter essere davvero d’aiuto agli altri è necessario prendersi cura di sé"

Le professioni d’aiuto, e in particolare quelle sanitarie, risultano tra le più esposte a stress lavoro-correlato e burnout: quali sono, secondo la sua esperienza, i principali fattori di rischio che incidono oggi sul benessere psicologico dei professionisti sanitari?

Il benessere psicologico dei professionisti sanitari non può essere considerato una sfida individuale. È il risultato di un equilibrio delicato tra l’energia che il professionista investe ogni giorno nella cura e le risorse che il contesto mette concretamente a disposizione: tempo, strumenti, sostegno economico, lavoro di équipe, relazioni professionali. In un sistema complesso come quello sanitario, questo bilanciamento è determinante.

Non amo cercare un colpevole o individuare qualcuno a cui attribuire la responsabilità di eventuali squilibri. Preferisco parlare di corresponsabilità, perché in queste dinamiche la responsabilità è sempre condivisa. Da un lato, il professionista deve affrancarsi dall’idea di dover essere un “supereroe”, smettendo di nascondere la stanchezza dietro il mito dell’invulnerabilità. Dall’altro, l’organizzazione ha il dovere di assumersi il proprio ruolo, garantendo strumenti concreti e spazi di supporto realmente accessibili, così da aiutare i professionisti a tutelare il proprio equilibrio emotivo, cognitivo e sociale.

Si tratta di superare la cultura del sacrificio individuale per orientarsi verso una cultura della salute condivisa. Una visione che coinvolge il singolo, l’organizzazione e, più in generale, la società, le cui aspettative possono incidere profondamente sull’insorgenza dei disagi psicosociali.

Il burnout viene spesso citato ma non sempre riconosciuto in tempo: quali segnali precoci dovrebbero imparare a individuare sia i professionisti sia le organizzazioni sanitarie per intervenire prima che la situazione diventi critica?

Nella mia esperienza il burnout è una lenta erosione, un processo che si sviluppa nel tempo e che prende forma quando il lavoro perde la sua risonanza emotiva. È lì che qualcosa inizia a incrinarsi: ciò che prima dava senso e motivazione smette progressivamente di coinvolgere. Un segnale importante è la depersonalizzazione. Quando il paziente non è più chiamato per nome ma diventa “il caso del letto 10” o “la stanza X”, significa che si sta oltrepassando un confine. È un passaggio sottile, ma rivelatore: indica un distacco emotivo che può rappresentare l’inizio del percorso verso il burnout.

Anche in questo caso non parlerei di un unico responsabile, ma di corresponsabilità. L’organizzazione può e deve svolgere un ruolo facilitante, creando spazi di ascolto, strumenti di supporto e una cultura che tuteli la salute del professionista. Allo stesso tempo, il professionista deve sentirsi legittimato a utilizzare queste risorse, cosa che non sempre accade.

Prestare attenzione alla perdita di entusiasmo, al progressivo affiorare del cinismo, è fondamentale. Questi segnali rappresentano l’anticamera del burnout: sono i primi indicatori di un processo che, se trascurato, può portare il professionista a sentirsi svuotato o “bruciato”.

In questo contesto assumono un ruolo centrale le competenze di coping: quali strategie risultano più efficaci per aiutare i professionisti sanitari a gestire stress emotivo, carichi di lavoro e pressione relazionale?

Mi rifaccio sempre alla mia esperienza. La resilienza del professionista sanitario, a mio avviso, coincide con la capacità di capire quando è il momento di svestirsi dal camice, non soltanto sul piano fisico, ma anche su quello mentale. È una metafora che uso spesso: significa riuscire a separare il ruolo professionale dalla propria identità personale, senza lasciare che coincidano completamente.

Tra le strategie che considero più utili — e che spesso viene sottovalutata — vi è la capacità di chiedere aiuto. Può sembrare banale, ma non lo è affatto. Nel nostro lavoro non basta sapere e non basta saper fare. Serve soprattutto saper essere.

Cosa significa saper essere? Significa essere d’aiuto tutelando se stessi. Arriva un momento in cui è necessario riconoscere che bisogna dire dei no e mettere al centro la propria salute fisica e mentale. Quando percepiamo di aver oltrepassato un confine, il primo passo è ammettere la nostra vulnerabilità. È dirci con onestà che, anche noi professionisti dell’aiuto, possiamo avere bisogno di essere aiutati.

Credo che questa sia la strategia più importante, e probabilmente anche la più difficile da mettere in pratica. Quando indossiamo il mantello del “supereroe” facciamo fatica a guardarci dall’esterno e a riconoscere i nostri limiti. Eppure è un passaggio necessario. È un atto di coraggio, ma prima ancora è un atto di tutela verso noi stessi e verso le persone di cui ci prendiamo cura.

Prevenzione e formazione vengono indicate come strumenti chiave nella gestione dei rischi psicosociali: quali caratteristiche dovrebbe avere un percorso formativo davvero efficace per incidere sul benessere professionale e non restare solo sulla carta?

Credo che i percorsi formativi, in particolare quelli ECM, così come tutti gli interventi di prevenzione, debbano insegnare non soltanto a essere professionisti più competenti, ma anche professionisti più umani.

Cosa vuol dire concretamente? Significa superare un tabù ancora presente nei contesti sanitari: l’idea che il professionista sia solo colui che cura e non anche una persona che merita attenzione rispetto alla propria salute fisica e mentale. Anche chi lavora nei reparti è un soggetto che può avere bisogno di tutela.

I percorsi tecnici sono fondamentali, il cosiddetto “saper fare” resta imprescindibile. Però non basta. La formazione dovrebbe accompagnarci soprattutto sul piano del “saper essere”, aiutandoci a sviluppare consapevolezza. Dovrebbe metterci nella condizione di fermarci e chiederci se siamo presenti a noi stessi, se siamo centrati, se stiamo lavorando in coerenza con il nostro perché e con la nostra missione.

Ogni professionista dovrebbe potersi domandare, lungo il proprio percorso lavorativo, se ciò che sta facendo nasce da una motivazione autentica o se sta rispondendo ad altri bisogni che rischiano di condurlo verso quel confine di malessere di cui abbiamo parlato. La formazione, a mio avviso, dovrebbe offrire proprio questo spazio di riflessione e crescita personale.

Guardando al futuro del settore sanitario, quanto è importante integrare stabilmente la tutela della salute psicologica nei modelli organizzativi, e quali responsabilità dovrebbero assumersi le strutture sanitarie oltre al singolo professionista?

Qui ritorna il tema della corresponsabilità. Oggi prestare attenzione alla salute del professionista non può più essere considerato un gesto di cortesia o un’attenzione accessoria: è una scelta strategica. Un’organizzazione che si prende cura della salute dei propri professionisti è, di fatto, un’organizzazione sana.

Quando invece la performance viene perseguita senza un equilibrio rispetto alla tutela della persona, il rischio di insorgenza di disagi psicosociali aumenta. Non basta che l’organizzazione metta a disposizione strumenti o risorse di supporto: è fondamentale che questi strumenti siano realmente accessibili anche sul piano culturale. Ciò significa che organizzazione, professionisti e società devono liberarsi dall’aspettativa del “supereroe”, del professionista sempre invulnerabile, sempre reperibile, sempre impeccabile. La vulnerabilità, invece, è parte integrante della professione d’aiuto e non può essere negata.

Se riusciamo a superare queste attese irrealistiche, diventa possibile costruire un equilibrio: da un lato strumenti concreti e fruibili, dall’altro professionisti che si sentono legittimati a utilizzarli e a esprimere i propri bisogni. Deve diventare possibile dire: mi fermo un momento, ho bisogno di fare un passo indietro.

Il workaholism viene spesso socialmente valorizzato come dedizione e senso del dovere: in ambito sanitario, dove si colloca il confine tra impegno professionale e dipendenza da lavoro?

In ambito sanitario il confine è molto labile, anche perché viviamo in una società frenetica che tende a premiare questo tipo di approccio al lavoro. Più si è zelanti, più si è dediti, più ci si aspetta di essere professionisti performanti ed efficaci. Ma non è sempre così. Dietro quella che viene definita dedizione, zelo, senso del dovere, può nascondersi una vera e propria dipendenza dal lavoro.

A volte è un modo per fuggire da altro, per esempio dalla vita privata. Ci si immerge completamente nel lavoro e lo si fa anche perché società e organizzazioni rinforzano questo modello, associando il senso di responsabilità all’idea di invulnerabilità. È proprio questo che rende il meccanismo subdolo.

Nella mia esperienza, il confine si individua ponendosi una domanda molto semplice ma molto scomoda: perché resto oltre il tempo necessario? Lo faccio perché c’è davvero bisogno della mia presenza o perché mi sto identificando così tanto nel mio ruolo che allontanarmene mi fa sentire minacciato?

Quando la risposta più autentica è: non è indispensabile che io sia qui, ma sento comunque una spinta a restare perché senza quel camice mi sento meno definito, allora quello è un campanello d’allarme. Significa che la mia identità si sta sovrapponendo completamente al ruolo professionale.

Non è facile guardare in faccia questo aspetto di sé. È faticoso, a volte doloroso. Però è un passaggio necessario.

Viviamo in una società veloce e fortemente orientata alla performance, in cui produttività, standard elevati e tecnologie digitali scandiscono tempi e ritmi: quali conseguenze può avere questo approccio efficientista sulla salute psicologica dei professionisti sanitari?

Nel mio libro affronto questo tema e gli dedico uno spazio specifico, perché viviamo in una società altamente tecnologica in cui i ritmi sono sempre più accelerati. Pressioni, obiettivi, performance, attenzione costante all’efficienza e alle scadenze con standard elevati: tutto questo incide inevitabilmente sulla salute psicologica del professionista sanitario.

Oggi siamo reperibili h24 attraverso dispositivi e piattaforme digitali. L’intenzione iniziale era quella di utilizzare la tecnologia come strumento facilitatore. In realtà, in molti casi, ci siamo ritrovati imbrigliati: sempre connessi, sempre disponibili, sempre chiamati a rispondere con rapidità.

Nelle professioni di aiuto questo produce un effetto ancora più delicato. L’obiettivo di cura rischia di essere trattato come un semplice task da portare a termine. Ma la cura è, prima di tutto, relazione. Non può essere compressa dentro una logica puramente tecnologica o ridotta a una sequenza di compiti. Quando accade, si perde qualcosa di essenziale: lo spazio di ascolto, che è parte integrante del prendersi cura.

Credo che dovremmo lavorare su più livelli, personale, organizzativo e sociale, per restituire alla tecnologia il suo ruolo di supporto reale. Deve diventare uno strumento che aiuta a creare tempo e spazio per l’ascolto, non un vincolo che aumenta la pressione. Solo così può sostenere davvero il professionista, sia nel saper fare sia, soprattutto, nel saper essere.

Nel contesto sanitario, caratterizzato da carichi emotivi elevati e responsabilità costanti, in che modo workaholism e burnout possono intrecciarsi e rafforzarsi reciprocamente, sia a livello individuale sia organizzativo?

Come dicevamo, si tratta di dimensioni correlate. Esiste anche un’incidenza studiata tra workaholism e burnout. Per sentirci sempre “al pezzo” e per allontanare il timore di essere inadeguati, tendiamo a fare sempre di più: più ore, più impegno, più presenza. Ci immergiamo completamente nel lavoro, convinti che l’aumento dello sforzo coincida con un aumento della competenza o della performance. Ma non è necessariamente così. Spesso quel “fare di più” nasce dal senso del dovere o dalla responsabilità, mentre perdiamo di vista fattori fondamentali per la nostra tutela.

Se poi consideriamo che molte organizzazioni incentivano questo modello — premiando la dedizione assoluta, la disponibilità oltre l’orario, la reperibilità costante — diventa chiaro quanto le due dimensioni si rafforzino a vicenda. Quando questo approccio viene sostenuto o normalizzato, il rischio di burnout e di dipendenza dal lavoro cresce in modo significativo.

Riconoscersi umani è già un primo passo. Accettare la propria vulnerabilità, togliersi il mantello da supereroe, dire dei no, arrivare a dire anche “non ce la faccio” è un atto di tutela. È vero che il contesto organizzativo può facilitare l’insorgenza di questi disagi. Ma come professionista posso comunque chiedermi dove mi colloco in questo scenario, quanto mi riconosco nella mia vulnerabilità e se ho attorno a me un contesto capace di supportarmi davvero.

Quali dinamiche psicologiche e organizzative possono condurre un professionista sanitario dal coinvolgimento appassionato nel proprio lavoro a una forma di dipendenza, fino alla perdita progressiva e irreversibile dell’entusiasmo professionale?

Il discorso, nella mia esperienza, è abbastanza lineare. Spesso sono proprio i professionisti più coinvolti, più performanti, più competenti a scivolare più velocemente verso questo baratro. Accade quando la propria identità e la propria autostima si fondano quasi esclusivamente sul ruolo professionale: io sono quel professionista, valgo perché indosso quel camice.

Il problema nasce quando le risorse non sono più sufficienti a sostenere un equilibrio mentale, fisico ed emotivo. Quel camice che prima sentivo mio, che indossavo con naturalezza, comincia a starmi stretto. È un segnale importante. Io dico sempre che non dovremmo chiederci soltanto quanto siamo bravi, ma quanto siamo "interi". Perché possiamo anche essere competenti, ma se non siamo più integri, se qualcosa dentro di noi si è spezzato, non siamo più davvero d’aiuto. Non lo siamo per noi stessi, per l’organizzazione e, soprattutto, per i pazienti.

Un professionista “bruciato” può mantenere le competenze tecniche, ma se ha perso empatia è entrato in un meccanismo in cui l’entusiasmo iniziale si trasforma lentamente in qualcosa di logorante. E un professionista logorato non può offrire un aiuto autentico.

Dottoressa Tronci, possiamo chiederle se ha incontrato, nel suo percorso professionale, storie positive di operatori sanitari che, dopo aver vissuto fasi di burnout o di rapporto disfunzionale con il lavoro, sono riusciti a ricostruire un equilibrio sano e sostenibile? Se sì, quali elementi hanno favorito questo cambiamento e quali insegnamenti possono essere utili oggi ad altri professionisti?

Sì, mi è capitato, e fortunatamente più di una volta, di incontrare professionisti che sono riusciti a rinascere. Uso proprio questo termine perché si tratta di una vera rinascita. Quando si scivola verso un baratro, non è semplice ritrovarsi, recuperare motivazione, entusiasmo, quel senso di missione che caratterizza le professioni d’aiuto. Per molti di noi prendersi cura dell’altro non è solo un lavoro, è qualcosa che sentiamo come una missione personale.

Le persone che ho visto riprendersi sono state capaci di fare un passaggio fondamentale: riconoscere la propria fragilità e vulnerabilità. Hanno avuto il coraggio di togliersi il mantello da supereroi e di chiedere aiuto. Porre dei limiti non è un fallimento, è un atto di responsabilità verso se stessi.

I limiti vanno messi non solo rispetto alle richieste dell’organizzazione, ma anche rispetto alle pretese che imponiamo a noi stessi. Spesso siamo i primi giudici severi della nostra stanchezza. Può capitare che io per prima mi giudichi negativamente quando avverto un calo di energie, perché non accetto quell’immagine di me fragile. Quando però riesco ad accettare ciò che sto vivendo, a guardarmi dentro con onestà, a riconoscere che ho bisogno di aiuto e a chiedere supporto, posso iniziare un lavoro su di me. Posso ridefinire confini, riorganizzare priorità, ricostruire un equilibrio.

Non parlo necessariamente di burnout conclamato. Ho conosciuto professionisti che si sono accorti in tempo di aver oltrepassato un confine. Proprio il fatto di non riconoscersi più nel professionista che erano li ha portati a dirsi con lucidità: ho bisogno di chiedere aiuto. Ed è stato da lì che è iniziata la loro rinascita.

Che messaggio vorrebbe lasciare ai lettori dei suoi corsi ECM?

La mia missione è questa: vorrei che tutti i professionisti della salute si riconoscessero prima di tutto come esseri umani. Ci prendiamo cura di altri esseri umani, ma restiamo persone anche noi, con fragilità e vulnerabilità che non possono essere negate.

Prima di poter essere davvero d’aiuto agli altri è necessario prendersi cura di sé. Se voglio sostenere qualcuno, devo essere nelle condizioni di sostenere anche me stessa. È una responsabilità che abbiamo verso di noi, perché se arriviamo a bruciarci restiamo svuotati. Ed è una responsabilità che abbiamo verso i pazienti. Un professionista in burnout può conservare la tecnica, può mantenere le competenze operative, ma se è interiormente logorato non riesce più a offrire un aiuto autentico. L’empatia si affievolisce, la relazione si impoverisce, e la cura perde una parte essenziale.

Il messaggio che desidero lasciare è proprio questo: riconoscere la propria umanità non è una debolezza, è una condizione necessaria per poter continuare ad aiutare davvero.

Oltre il camice: svestire il mito del supereroe per proteggere l’identità di cura

Le riflessioni della dottoressa Laura Tronci ci consegnano una sfida culturale e professionale imprescindibile: per continuare a essere un supporto autentico per l’altro, ogni operatore deve prima di tutto imparare a "svestire il camice", non solo fisicamente ma soprattutto sul piano mentale.

Come emerso chiaramente dall’intervista, il rischio più insidioso è permettere che la propria identità personale coincida totalmente con il ruolo lavorativo, alimentando quel mito del "supereroe invulnerabile" che apre la strada al logoramento.

In questo percorso di consapevolezza e auto-tutela, gli eBook ECM, come "Burnout e Dipendenza da Lavoro nelle Professioni Sanitarie" di Laura Tronci, rappresentano strumenti concreti di aggiornamento e crescita.

Il suo ebook non si limita a fornire contenuti teorici, ma offre chiavi di lettura operative per riconoscere i segnali precoci del burnout, comprendere le dinamiche del workaholism e sviluppare strategie di prevenzione applicabili nella pratica quotidiana.

Investire nella formazione permanente significa rafforzare competenze cliniche e capacità relazionali, tutelare se stessi e garantire ai pazienti una cura fondata su equilibrio, presenza ed empatia.

Un operatore che sceglie di investire nella propria formazione permanente garantisce un valore immenso a se stesso, ai pazienti e all'intera struttura sanitaria, trasformando la dedizione quotidiana in una missione sicura, integra e realmente sostenibile nel tempo.

Ringraziamo la dottoressa Laura Tronci per il contributo lucido e approfondito che ci ha offerto in questa intervista, ricca di riflessioni e indicazioni di grande valore per chi opera nel settore sanitario.

Prima di salutarvi, vi invitiamo a esplorare i nostri eBook ECM e i corsi FAD dedicati all’aggiornamento professionale. Proseguire nel proprio percorso formativo significa consolidare le competenze tecniche e rafforzare quelle trasversali, oggi più che mai determinanti in un contesto sanitario attraversato da trasformazioni organizzative, tecnologiche e culturali sempre più rapide.


Hai bisogno di crediti ECM? Guarda il nostro catalogo

Conosci già ebookecm.it? Siamo il primo sito in Italia che propone formazione ECM tramite ebook accreditati. Oltre 160000 colleghi si sono formati con i nostri corsi ECM: ecco alcuni degli ultimi pubblicati:

Music Medicine per Professionisti Sanitari – Nuova Edizione

30 crediti ECM
108 € iva esente
art.10 633/72
Valido per: tutte le professioni

Conoscere, Coinvolgere, Connettere

10 crediti ECM
39 € iva esente
art.10 633/72
Valido per: tutte le professioni

Guida alle Psicoterapie Psicoanalitiche

15 crediti ECM
59 € iva esente
art.10 633/72

Sul Pubblicare In Medicina

24 crediti ECM
95 € iva esente
art.10 633/72
Valido per: tutte le professioni

La Violenza Domestica e il Ruolo dei Medici del Territorio

15 crediti ECM
59 € iva esente
art.10 633/72
Valido per: tutte le professioni

Guida Facile alla AI in Medicina

24 crediti ECM
95 € iva esente
art.10 633/72
Valido per: tutte le professioni

Cybersecurity per Professionisti Sanitari

5 crediti ECM
23 € iva esente
art.10 633/72
Valido per: tutte le professioni

EBJ 9 - Fuga dalla Sanità

25 crediti ECM
95 € iva esente
art.10 633/72
Valido per: tutte le professioni

Vedi tutto il catalogo dei corsi ECM.