Intervista a Maria Elena Campus, psicologa del lavoro e delle organizzazioni sociali, su stress e burnout in ambito sanitario

Lo stress lavoro-correlato e fenomeni come quiet quitting e dimissioni volontarie raccontano il malessere che attraversa la sanità, rendendo sempre più importante investire nelle "non technical skills"

Negli ultimi anni, il nostro modo di vivere il lavoro è cambiato radicalmente. Espressioni come burnout, quiet quitting e great resignation sono entrate nel dibattito pubblico e descrivono fenomeni sempre più diffusi nelle organizzazioni.

Indicano affaticamento psicologico, perdita di coinvolgimento e, in molti casi, la scelta di prendere le distanze dal lavoro o di lasciarlo del tutto. Sono sintomi inequivocabili di un rapporto tra persone e aziende che ha bisogno di essere riscritto.

Questo cambiamento sta colpendo duramente un settore in particolare: quello sanitario.

Una realtà da sempre fondata su una forte vocazione e sul senso di responsabilità verso gli altri, che oggi però affronta un'epidemia silenziosa fatta di affaticamento, disillusione e perdita di motivazione. Capire cosa sta succedendo non è solo una questione di risorse umane: significa garantire cure più sicure per i pazienti e una vita migliore per i professionisti.

Ne parliamo con Maria Elena Campus, psicologa del lavoro e delle organizzazioni, consulente HR e membro del direttivo AIF Sardegna e autrice degli eBook ECM “Stress e Burnout nelle Professioni Sanitarie” e “Non Technical Skills per Professionisti Sanitari”.

In questa intervista esploreremo le vere cause del malessere organizzativo, il potere decisivo delle competenze relazionali e le sfide inevitabili che attendono il mondo della salute. Una lettura fondamentale per chiunque lavori nel settore sanitario e voglia capire come tornare a prendersi cura di chi cura.

L'importanza dell'antifragilità: "le difficoltà possono diventare occasioni di apprendimento e crescita"

Il suo percorso professionale nasce nell’ambito della psicologia del lavoro e delle organizzazioni. Qual è stato il momento in cui ha capito che questa sarebbe diventata la sua area di specializzazione?

Ho deciso di iscrivermi a psicologia durante gli anni delle scuole superiori. All’inizio non sapevo esattamente quale percorso scegliere. Poi, durante le lezioni di filosofia, quando abbiamo iniziato a parlare di Freud e delle origini della psicologia, ho sentito una forte curiosità e ho capito che quella disciplina mi interessava profondamente.

Da lì ho iniziato ad approfondire, a raccogliere informazioni sui corsi di laurea e infine mi sono iscritta a Cagliari in Psicologia del lavoro e della comunicazione multimediale. In un primo momento immaginavo di occuparmi soprattutto di comunicazione e pubblicità. Studiando meglio la psicologia del lavoro, però, ho capito che era proprio quell’area ad appassionarmi di più.

Da quel momento la psicologia del lavoro non è stata più soltanto una materia da studiare, ma è diventata una vera passione. Ho iniziato ad approfondire sempre di più questo ambito e oggi sento che fa parte anche della mia identità personale e professionale. Oltre a essere Maria Elena Campus, mi sento anche una psicologa del lavoro.

C’è stato un incontro, un’esperienza o un contesto specifico che ha alimentato la sua passione per le professioni d’aiuto e, in particolare, per il settore sanitario?

Ho sempre sentito una forte inclinazione verso le professioni d’aiuto. Essendo psicologa, anch’io faccio parte di questo tipo di professioni e questo aspetto ha guidato sia il mio percorso personale sia quello professionale.

Ho anche diversi parenti che lavorano in ambito sanitario e questo mi ha portato spesso a osservare da vicino il loro lavoro e a immedesimarmi nelle dinamiche del loro ruolo. Dopo la laurea mi sono specializzata nella valutazione e nella perizia dello stress lavoro-correlato e, durante il tirocinio con uno psicologo del lavoro consulente organizzativo, ho iniziato a frequentare concretamente il contesto sanitario.

In quel momento ho capito che mi interessava lavorare proprio a supporto dei professionisti della salute. Le professioni d’aiuto richiedono una grande capacità di mettersi nei panni dell’altro e di sintonizzarsi sui suoi bisogni, che non sono solo legati alla salute ma spesso anche alla dimensione emotiva. Allo stesso tempo bisogna riuscire a non farsi assorbire completamente dalla sofferenza dell’altro.

Negli ultimi anni, anche per vicende personali, ho frequentato gli ospedali non solo come formatrice ma anche come persona. Questo mi ha permesso di entrare in corsia e osservare molte dinamiche da vicino. Ho visto carenze organizzative e difficoltà nella comunicazione con gli utenti, e proprio per questo sento ancora di più il desiderio di offrire un contributo e un supporto ai professionisti sanitari.

Oggi lei lavora come autrice, formatrice e consulente nelle risorse umane. In che modo queste dimensioni professionali dialogano tra loro nel suo lavoro quotidiano?

Se guardate queste tre dimensioni separatamente possono sembrare attività distinte, ma io non le considero compartimenti stagni. Le vivo come parti integrate della mia attività professionale.

La mia attività principale è la formazione. Ogni giorno incontro professionisti provenienti da settori diversi. Io sono l’esperta dei processi organizzativi, mentre loro sono gli esperti del contenuto del lavoro. L’obiettivo comune è sviluppare competenze e migliorare il benessere nelle organizzazioni.

Per questo motivo, dal mio punto di vista, formazione e consulenza sono due facce della stessa medaglia. La formazione può essere uno strumento molto efficace di consulenza, ma non è l’unico. Spesso mi capita di incontrare aziende in contesti formativi che successivamente sentono l’esigenza di approfondire alcune tematiche e di attivare percorsi consulenziali più strutturati.

Anche la scrittura fa parte della mia identità professionale e si intreccia naturalmente con queste due attività. Più esperienza maturo nella formazione e nella consulenza, più questa esperienza arricchisce il mio lavoro di autrice e mi permette di offrire contributi scientifici concreti, soprattutto per i professionisti che lavorano in ambito sanitario.

Le professioni sanitarie sono sempre più esposte a stress lavoro-correlato e burnout. Dal suo osservatorio, quali sono i fattori che oggi incidono maggiormente sul benessere psicologico degli operatori?

Quando mi affaccio all’ambito sanitario come consulente e formatrice, la prima cosa che faccio è osservare le persone e ascoltare con attenzione quello che mi raccontano i professionisti.

Dal mio punto di vista ci sono due punti fondamentali che incidono sul benessere psicologico degli operatori. Il primo riguarda le relazioni sociali all’interno dell’organizzazione. Quando un professionista lavora in un ambiente sereno e percepisce supporto, fiducia e collaborazione da parte dei colleghi e dei superiori, questo diventa un fattore protettivo molto importante. In molti casi sono proprio le relazioni positive a permettere alle persone di reggere anche in presenza di carenze organizzative.

Quando invece queste relazioni mancano, il carico percepito aumenta molto e tutte le difficoltà, sia organizzative sia relazionali, si sommano, generando un forte impatto sul benessere psicologico.

Il secondo pilastro riguarda la capacità di lavorare su se stessi. È fondamentale sviluppare consapevolezza delle proprie dinamiche personali e riconoscere anche i propri limiti. A volte gli operatori sanitari tendono a percepirsi come se dovessero essere sempre forti, quasi dei supereroi. In realtà ogni professionista porta con sé vissuti, fragilità e dimensioni personali che possono influenzare il modo di lavorare e di relazionarsi con gli altri.

Per questo il benessere psicologico è sempre una co-costruzione tra la persona e l’organizzazione. Entrambi possono diventare portatori di benessere oppure di malessere.

Negli ultimi anni si parla sempre più di quiet quitting e great resignation anche in ambito sanitario. Che relazione vede tra questi fenomeni e il malessere psicosociale nelle organizzazioni di cura?

Negli ultimi anni si parla sempre più spesso di questi due fenomeni perché stanno emergendo in modo significativo in molti settori e in particolare in ambito sanitario. Si tratta di segnali molto importanti, perché indicano che è in corso un cambiamento profondo nel rapporto tra le persone, il lavoro e le organizzazioni.

Gli studi più recenti mostrano che il quiet quitting riguarda una percentuale molto ampia di lavoratori a livello globale, con dati che arrivano anche al 50-60%. Questo significa che molti professionisti restano formalmente nel sistema, ma si limitano a svolgere il minimo indispensabile previsto dal contratto, senza slancio, senza iniziativa e senza un reale coinvolgimento verso l’organizzazione o il gruppo di lavoro.

Dal mio punto di vista questo fenomeno è strettamente legato al malessere psicosociale, perché rappresenta spesso l’esito di livelli elevati di stress lavoro-correlato, burnout, disillusione e perdita del senso di appartenenza. Il professionista è fisicamente presente, ma psicologicamente si allontana.

La great resignation rappresenta il passaggio successivo: non si tratta più solo di un distacco emotivo o psicologico, ma di una vera uscita dal contesto lavorativo. Questo ci dice molto sullo stato di salute delle organizzazioni. Quando una persona non si sente riconosciuta, ascoltata o trattata in modo equo, il lavoro smette di essere un luogo di realizzazione e diventa qualcosa da cui prendere le distanze.

Nel settore sanitario questi fenomeni hanno un peso ancora maggiore perché si inseriscono in un contesto già segnato da carenze organizzative e di personale. Inoltre bisogna considerare l’impatto della pandemia: molti professionisti hanno dato oltre il 100% in condizioni di forte pressione, con esposizione alla sofferenza e anche al rischio personale. Senza un adeguato contenimento organizzativo ed emotivo, questa esposizione prolungata alla fatica ha contribuito ad alimentare questi fenomeni.

Per questo li considero veri indicatori di malessere organizzativo e psicosociale diffuso, che richiedono interventi non solo psicologici ma anche strutturali, organizzativi, di gruppo e individuali.

Il suo eBook “Stress e Burnout nelle Professioni Sanitarie” affronta questi temi offrendo anche strumenti di autovalutazione e spunti di auto-aiuto. Quanto è importante, secondo lei, sviluppare competenze di coping già durante il percorso professionale?

Ritengo che sviluppare competenze di coping già durante il percorso professionale sia fondamentale. Il termine coping deriva dall’inglese “to cope” e indica le strategie che utilizziamo abitualmente per affrontare problemi, pressioni e situazioni complesse.

Si tratta di risorse molto importanti, ma non sempre garantiscono automaticamente un esito positivo. A volte una strategia che inizialmente è funzionale può diventare disfunzionale se viene ripetuta in modo rigido senza produrre un reale cambiamento.

Faccio un esempio semplice. Io sono una persona molto riflessiva e, di fronte a un problema, tendo a pensare a lungo alle possibili soluzioni. Questa è una strategia utile, ma se il problema continua a persistere e io continuo a rimuginare sulle stesse possibilità senza arrivare a un esito efficace, questa modalità può trasformarsi in una sorta di gabbia mentale.

In questi casi si parla di tentata soluzione: un comportamento che nasce per risolvere il problema ma che, invece, finisce per mantenerlo o addirittura amplificarlo.

Per questo è importante lavorare su se stessi. Non basta avere delle strategie di coping, bisogna anche saperle osservare, modulare e modificare quando necessario. Altrimenti si rischia di entrare in circoli negativi da cui è difficile uscire.

Nelle professioni sanitarie questo lavoro su di sé è ancora più importante perché si tratta di professioni ad alto rischio di stress e burnout. Dedicare tempo alla consapevolezza personale non dovrebbe essere visto come un segno di fragilità, ma come parte integrante della crescita professionale.

Un altro ambito centrale del suo lavoro riguarda le Non Technical Skills. Perché queste competenze, nate in contesti come quello aeronautico, sono oggi così rilevanti anche per la sanità?

Le Non Technical Skills nascono negli anni Settanta in ambito aeronautico e vengono studiate per la prima volta come insieme di competenze fondamentali per prevenire errori involontari legati ad automatismi, abitudini o distrazioni.

Successivamente sono state introdotte anche in ambito sanitario proprio per prevenire il rischio clinico e per migliorare la sicurezza nei contesti ad alta complessità.

Queste competenze non sostituiscono le competenze tecniche, ma le completano e le integrano. Accanto al sapere specialistico è necessario sviluppare competenze cognitive, relazionali, emotive e decisionali che permettano di gestire meglio situazioni complesse.

Parliamo di capacità come la comunicazione efficace, il lavoro di squadra, la gestione dello stress e la consapevolezza situazionale, cioè la capacità di comprendere cosa sta accadendo in un determinato contesto e agire in modo strategico.

Quando parlo di contesto complesso non intendo semplicemente qualcosa di difficile. Un sistema complesso è un sistema in cui funzioni, responsabilità e obiettivi sono interconnessi e il risultato finale dipende dal coordinamento tra più persone.

L’ambito sanitario è un esempio molto chiaro di sistema complesso. In questi contesti la qualità della comunicazione e del coordinamento è decisiva. Pensiamo, ad esempio, ai briefing di equipe, alle checklist o alle pratiche condivise di coordinamento: strumenti di questo tipo contribuiscono a ridurre errori e complicanze.

Le equipe che funzionano meglio non sono soltanto quelle con elevate competenze tecniche, ma quelle in cui le informazioni circolano in modo chiaro e la collaborazione è efficace.

Nonostante la loro efficacia, le Non Technical Skills faticano ancora a entrare stabilmente nei percorsi formativi istituzionali. Quali resistenze o limiti strutturali ne ostacolano la diffusione?

Dal mio punto di vista la principale resistenza nasce dal fatto che queste competenze vengono spesso considerate innate. Si pensa che caratteristiche come la capacità di comunicare o di lavorare in team facciano parte del carattere della persona e non possano essere sviluppate attraverso la formazione.

In realtà gli studi più recenti mostrano che gran parte dei nostri comportamenti, anche quelli organizzativi, avviene al di sotto del livello di consapevolezza. Sono abitudini e modalità di azione che nel tempo si sono consolidate attraverso la ripetizione.

Spesso diciamo “sono fatto così”, ma ciò che è automatico non è necessariamente innato. È qualcosa che abbiamo appreso e che quindi può essere modificato.

Nel mio lavoro vedo molto questa criticità. In alcuni contesti incontro professionisti con una preparazione tecnica molto solida ma con difficoltà evidenti nel lavorare in gruppo, nel comunicare in modo efficace o nel gestire le proprie emozioni.

Per questo ritengo che le Non Technical Skills dovrebbero essere sviluppate in modo intenzionale all’interno dei percorsi formativi. Non basta proporre progetti sporadici o interventi isolati. Bisognerebbe cambiare il modo di fare formazione, passando da una logica in cui le persone sono viste come contenitori da riempire di informazioni a una visione in cui diventano soggetti attivi nella costruzione del proprio sapere.

Non si tratta solo di sapere e saper fare, ma anche di saper essere e saper gestire le situazioni.

Guardando al futuro della professione di psicologo del lavoro e delle organizzazioni, quali evoluzioni ritiene più probabili nei prossimi anni, soprattutto in relazione al mondo sanitario?

Guardando al futuro credo che il ruolo dello psicologo del lavoro e delle organizzazioni sarà sempre più legato a percorsi di affiancamento, coaching individuale e di gruppo, con un forte focus sul benessere delle persone e sullo sviluppo dei team.

Un concetto che sta emergendo sempre di più è quello di antifragilità. Non si tratta soltanto di resistere alle difficoltà, ma di riuscire a trasformarle in occasioni di apprendimento e crescita.

Un altro tema centrale sarà l’integrazione dell’intelligenza artificiale. A mio avviso l’intelligenza artificiale non va demonizzata. Va compresa e utilizzata in modo consapevole e critico. In ambito organizzativo e sanitario può diventare una risorsa importante per pianificare, monitorare e progettare sistemi più efficaci e più orientati al benessere organizzativo.

Naturalmente questo tipo di strumenti dovrà sempre essere integrato con il lavoro umano. Per questo immagino il ruolo dello psicologo del lavoro sempre più orientato ad accompagnare professionisti, team e organizzazioni nella gestione della complessità e dell’incertezza.

Penso a interventi capaci di sostenere abitudini funzionali, disinnescare quelle disfunzionali e favorire percorsi di apprendimento continuo, anche a partire dall’analisi degli errori e delle situazioni critiche.

In chiusura, quale messaggio vorrebbe rivolgere ai lettori degli eBook ECM, in particolare ai professionisti della salute che si riconoscono in situazioni di affaticamento, disillusione o perdita di motivazione?

Se potessi rivolgermi direttamente a questi professionisti direi prima di tutto che tutti noi possediamo risorse spesso più grandi di quelle che immaginiamo per affrontare le situazioni difficili.

Nei momenti più complessi possiamo scoprire capacità che non pensavamo di avere. L’essere umano è strutturato per adattarsi ai cambiamenti e per trovare nuovi equilibri anche nelle situazioni più difficili.

Ciò che oggi percepiamo come stressante o insormontabile non va negato né minimizzato. Va affrontato e può diventare anche una sfida di evoluzione personale.

In questo senso diventa importante sviluppare quella che oggi chiamiamo antifragilità: la capacità di adattarsi e di trasformare le difficoltà in occasioni di apprendimento.

Questo percorso richiede competenze tecniche solide, ma anche competenze non tecniche e un lavoro continuo di consapevolezza su se stessi. Crescere significa riconoscere i propri limiti, valorizzare le proprie risorse e poter contare su un contesto relazionale sicuro.

Colleghi, familiari e persone significative diventano fondamentali quando abbiamo bisogno di chiedere aiuto, di condividere un errore o di dire semplicemente “non ho capito”.

Quando si crea questo tipo di contesto, basato su fiducia e apertura, le persone possono tornare a sentirsi sostenute e motivate nel proprio lavoro e dare il meglio di sé.

Un caro saluto a tutti i lettori di eBookecm.it, vi auguro buono studio e buona crescita professionale.

Prendersi cura di chi cura: la vera sfida della sanità di domani

L'intervista a Maria Elena Campus ci restituisce la fotografia di un settore sanitario sotto forte pressione. Quando carenze organizzative e difficoltà nella comunicazione con gli utenti diventano la norma, l'impatto su chi cura è inevitabile. Nascono così fenomeni silenziosi e allarmanti come il quiet quitting, una condizione in cui il professionista è fisicamente presente, ma psicologicamente si allontana dalla propria vocazione.

Come invertire questa rotta? La dottoressa Campus ci ricorda che il benessere si costruisce su due pilastri imprescindibili. Da un lato, le relazioni sociali all’interno dell’organizzazione, perché una rete di colleghi basata sulla fiducia è il primo vero scudo contro il burnout.

Dall'altro, la capacità di lavorare su se stessi, necessaria per smettere di sentirsi "supereroi infallibili" e sviluppare invece una reale antifragilità: la forza di adattarsi, imparare e crescere anche (e soprattutto) di fronte alle difficoltà.

È proprio da questa visione che nascono i suoi lavori per ebookecm.it concepiti per i lavoratori impegnati nell'aggiornamento professionale mediante ebook ECM FAD.

Come sottolinea lei stessa con grande passione: Più esperienza maturo nella formazione e nella consulenza, più questa esperienza arricchisce il mio lavoro di autrice e mi permette di offrire contributi scientifici concreti, soprattutto per i professionisti che lavorano in ambito sanitario.

Un ringraziamento speciale alla dottoressa Maria Elena Campus per queste sue riflessioni e considerazioni così utili per chi lavora in ambito sanitario. Grazie a chi ci ha seguito fin qui, a presto.


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